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Birmania: assalto alla gallina dalle uova d’oro

Daniele Di Teodoro avatar Lunedì 5 Novembre 2007, 08:05 in delocalizzazione di Daniele Di Teodoro
birmania
Spesso le imprese ricorrono alla delocalizzazione delle loro attività produttive per sfruttare condizioni economiche più favorevoli. La vicinanza ad esempio a fonti di materie prime essenziali per il processo produttivo, la vicinanza a mercati di sbocco per i quali si prevedono tassi di sviluppo particolarmente interessanti, sopratutto quando il mercato nel quale operano attualmente si rivela oramai saturo. Spesso la ragione della delocalizzazione è l’utilizzo di manodopera più a basso costo. Insomma, le imprese fanno il loro mestiere, perseguono il loro fine, quello per cui sono state messe in piedi, che poi è quello di fare profitto, e poter meglio fronteggiare la concorrenza, stare sul mercato. Il problema è che a volte l’obiettivo del profitto viene perseguito a qualunque costo. Perfino sacrificando ogni diritto umano, magari appoggiando una giunta militare crudele e sanguinaria al potere da oltre quarant’anni. Perfino a costo di vite (moltissime) umane. Ed è proprio quel che sta accadendo in Birmania (l’attuale Myanmar, paese così ribattezzato dalla giunta militare e dittatoriale al potere), in una sorta di partnership sanguinaria (almeno così risulta dalle numerose testimonianze raccolte) fra diverse imprese straniere (cinesi, americane, europee) e la giunta militare al potere. Un obiettivo che insomma, aimè, a volte non si ferma proprio di fronte a nulla.

La Birmania è un paese ricco di risorse naturali che fanno gola a molti. Dalla Russia alla Cina, dall'India.....all'Europa. Ricchi giacimenti nei quali le imprese di paesi stranieri si sono buttate a capofitto, per estrarne una fetta, la più grande possibile, di profitto.

Sono state molte le imprese che nel corso degli anni hanno fatto affari d'oro col governo Birmano, ma su tutti spicca la vicenda della francese Total e della californiana Unocal, due colossi dell'economia occidentale operanti nel settore dell'energia che, a quanto pare non si sono fatte scrupolo alcuno di investire i propri capitali in una impresa che ricorda da vicino tante vicende del passato. Dalla costruzione delle piramidi in Egitto con l'utilizzo di schiavi ebrei, all'antica Roma, dove nella vita quotidiana erano impiegati schiavi racimolati qua e la, nel corso delle numerose guerre vinte dell'impero, fino quasi ai giorni nostri, nella Germania nazista quando, durante la seconda guerra mondiale, i deportati, ebrei e non, venivano dirottati dai campi di concentramento nelle fabbriche tedesche ad arricchire col loro lavoro il popolo del fuhrer.

Insomma, l'utilizzo degli schiavi sembra sia tornato drammaticamente d'attualità ai giorni nostri,  con la vicenda che vede coinvolte imprese del civilizzatissimo occidente, in Birmania.

All'inizio degli anni novanta, la Total e la Unocal presero parte ad un progetto, denominato Yadana (che in birmano significa tesoro ed è il nome di uno dei giacimenti di gas naturale nel mare delle Andamane) che stava davvero a cuore alla giunta militare al governo. Quello di costruire un gasdotto per trasferire il gas naturale estratto dai giacimenti off-shore delle Andamane fino alla Thailandia. Un progetto ambizioso che però è costato davvero caro alle povere popolazioni locali. Infatti, per la realizzazione dell'opera si è reso necessario radere al suolo interi villaggi, per far posto all'imponente opera. Espropri che "naturalmente" avvenivano senza il preventivo consenso della parte coinvolta...i contadini che vivevano su quelle terre. Senza troppi complimenti.

Molti di loro inoltre furono impiegati come forza lavoro a basso, bassissimo costo. Naturalmente nessuno chiese il loro parere, non vi furono colloqui di selezione. Semplicemente furono arruolati come schiavi, proprio come quelli che costruirono le piramidi egiziane o come quelli che morirono nelle fabbriche tedesche durante la seconda guerra mondiale. In molti naturalmente fuggirono, senza attendere neppure l'arrivo dell'esercito. In un contesto simile naturalmente gli stupri e le uccisioni furono la norma, secondo un copione che tristemente si ripete in quei casi.

Le responsabilità della Total non si fermano qui. Si stima infatti che la compagnia elargisca alla sanguinosa giunta militare birmana qualcosa come 450 milioni di dollari all'anno, soldi che per la maggior parte finiscono con l'essere utilizzati per il mantenimento dell'apparato militare, mentre solo una parte davvero infinitesimale è impegnata in opere destinate alla popolazione (ad esempio solo lo 0,3 per cento è destinato alla sanità pubblica).

Nella costruzione del gasdotto furono coinvolte, con commesse sostanziose imprese di altri paesi, comprese alcune italiane. Ma quello dell'estrazione del gas non è l'unico settore economico che determina l'afflusso di capitali stranieri nel povero paese asiatico. Le imprese straniere investono infatti, in quel paese, facendo finta di non vedere la tragedia umanitaria che vi si consuma, nella costruzione di dighe per la produzione di energia elettrica (con le imprese thailandesi), di villaggi turistici (con le imprese spagnole). La Cina poi, proprio non ne vuol sapere di parlare di emergenza umanitaria, quando si tratta di far profitto, il fine giustifica i mezzi. E così il povero popolo birmano, diventa vittima di una corsa smodata.....e davvero poco morale allo sfruttamento della gallina dalle uova d'oro, destinato ad essere represso durante le manifestazioni di piazza o ad essere impiegato come manodopera schiavizzata in uno dei tanti progetti nati da partnership del governo birmano con qualche impresa straniera.

Quella birmana insomma potrebbe essere definita una economia basata sulla repressione e sulla schiavitù, nella quale, aimè, sono coinvolte imprese del "civilizzatissimo" occidente.

Le fonti a cui ho attinto.

http://www.rossodisera.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1068&Itemid=36

http://www.articolo11.org/index.php?option=com_content&task=view&id=6797

La Stampa, 30 settembre 2007

Liberazione, 29 settembre 2007

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2 commenti
2
06 Nov 2007
alle 10:58

Alessandro

ottimo pezzo, bravo. l'ho linkato anch'io.

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05 Nov 2007
alle 14:17

Writer

Ho linkato il tuo post in un articolo che raccoglie più di 80 blog reactions sulla questione birmana. Spezziamo il muro del silenzio! Writer.  http://blog.libero.it/AltreLatitudini/3523902.html

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