Fra Governo e parti sociali torna a fare capolino il cuneo fiscale
Pubblicato da Daniele Di Teodoro alle 14:12 in imprese e fisco
Ci sono tanti termini nel linguaggio giornalistico ed in quello politico che a forza di sentirli ripetere ti entrano in testa, come una triste litania. Ma spesso non se ne conosce il significato esatto.
Come ad esempio il famoso fiscal drag che, quando ero più piccolo e di cose di economia ancora non conoscevo molto, pensavo fosse una specie di mostriciattolo, un draghetto malefico. In effetti, anche se non aveva le squame, non era verde e non emetteva fumo dalla bocca, un po' mostriciattolo lo è il fiscal drag, perché si tratta (meglio parlare al presente, perché è ancora vivo e vegeto purtroppo, anche se fa meno male che nel passato) di una tassa imposta ai lavoratori dall'inflazione e che si acuisce a causa del metodo di calcolo delle imposte, basato sulla progressività per scaglioni delle aliquote e che prima, quando ancora c'era la scala mobile, quell'automatismo cioè che legava i salari all'inflazione, generando una pericolosissima spirale era ancora più perfido.
Un altro termine oggi tanto in voga è cuneo fiscale. Anche questo inflazionato per tutte le volte che viene utilizzato e che un po' abbiamo imparato a conoscere, perché non passa giorno che un articolo di qualche quotidiano non ci ricordi della sua esistenza.
Esso sta ad indicare la differenza fra quanto un lavoratore costa all'impresa che lo ha a busta paga e quanto lui in effetti percepisce alla fine del mese. Differenza rappresentata dalle tasse e dai contributi che gravano sul lavoratore e che l'impresa, in qualità di sostituto d'imposta trattiene dallo stipendio alla fine del mese per versare allo Stato.
Un concetto questo che agita sempre di più il sonno di tanti, perché da un lato il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti va sempre più assottigliandosi, insomma arrivare alla fine del mese diventa per molti una vera e propria impresa, mentre dall'altro il costo del lavoro (per addetto) per le imprese rimane alto, rappresentando per molte di loro, soprattutto quelle che lavorano in settori maturi dell'economia un freno ed un'ostacolo in termini di competitività e spingendo conseguentemente molte fra esse a de localizzare le produzioni in paesi dove il costo del lavoro è più basso.
Già con la scorsa finanziaria questo Governo aveva adottato in buona sostanza una misura che riduceva il peso del fisco sul lavoro modificando i criteri di calcolo della base imponibile IRAP (una imposta che ha una logica solo dal punto di vista delle entrate dello Stato ma che, da quello delle imprese è una vera e propria tassa iniqua ed illogica, ma su questo punto torneremo) e facendo passare questa misura come taglio del cuneo fiscale. Una misura che produce effetti simili al taglio in commento perché riduce il peso delle imposte che gravano sul costo del lavoro ma che tecnicamente non può essere considerato come tale.
Ora il problema si ripropone, anche se per la verità non è mai stato del tutto riposto in un angolino. Il presidente di Confindustria Montezemolo infatti, durante una intervista al Sole 24Ore è tornato a proporre un ulteriore taglio del cuneo fiscale, del 5 per cento, questa volta però, a differenza della volta precedente, 3 punti percentuali dovrebbero, nelle intenzioni di Luca Cordero, essere a favore dei lavoratori dipendenti ed il due per cento a favore invece delle imprese.
Il sindacato contesta la posizione del capo degli industriali, sostenendo con Bonanni che ora le priorità sono altre (il Governo è rimasto freddo, a significare che anche secondo lui le cosa da realizzare ora sono altre) e che è più opportuno intervenire sul bonus produttività e più ancora risolvere i molti nodi ancora non risolti che bloccano i rinnovi contrattuali di molte categorie di lavoratori.






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